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  • Santi Ambrogio Vescovo e Ignazio da Laconi

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  • Description slide 7

  • Description slide 8

il trio provvidenziale

I tre rettori Cabras, Musu, Cherchi,

 

1. Rettore Francesco Cabras

 

La prima fase dei lavori di trasformazione ed ampliamento della chiesa che, come abbiamo già detto, ebbe nel Rettore Cabras il promotore e l'animatore, iniziò il 2 aprile 1812 ed ebbe una conclusione, che può offrire argomento a serie e costruttive riflessioni.

La vogliamo ricordare come risulta registrata nelle Notizie cronologiche – storiche dei rettori della Parrocchia di Laconi, compilate dal Telogo Sebastiano Musu, accresciute e continuate da Giovanni Cherchi Putzolu, Laconi 1 giugno 1902, dove alla pagina 7 così si legge:

Il Rettore Teologo Francesco Cabras

nell'ultimo elogio legò a favore della

chiesa in capitoli censitici,

scudi cinquecento, oltre all'istituzione

della festa di San Francesco d'Assisi,

per cui ordinò e fu provveduto

il simulacro del Santo, coll'erezione

di un altare che ora si è demolito

per aprire il cappellone(?).

Fu forse la devozione e il sostegno del Serafino di Assisi a sorreggere il vecchio e venerando Rettore, ispiran dolo a chiedere a ottenere un collaboratore-reggente che con lui, ormai estenuato dal lavoro e dagli anni, portasse il peso della Parrocchia, trasformata da anni in un grande cantiere di Dio. Gli fu affiancato esaurendo la sua richiesta, il Teologo Emanuele Mura di Samugheo, il quale accanto a lui svolse il suo compito dal mese di dicembre 1838 al medesimo mese 1848, anno in cui – dice il passo del documento citato – si restituì al domestico focolare paventando l'importabile peso della curadelle anime. Importabile: certo no assolutamente, ma molto gravoso e difficile, rappresentando una eredità così impegnata e impegnante, quale era quella del Rettore predecessore.

 

 

2. Rettore Sebastiano Musu

 

Comunque questa considerazione non spaventò né scoraggiò il Rettore teologo Sebastiano Musu, nativo di Ortueri, che, in seguito a regolare concorso per la vacante Rettoria, nel maggio 1848 veniva nominato Rettore. Per complicate questioni giuridiche che non siamo riusciti a capire, sorte tra “la S. Sede ed il Regio Governo – dice ancora il documento citato – egli non potè prendere possesso se non il 15 febbraio 1849”. Con confidente coraggio, il nuovo Rettore fece riprendere subito i lavori, iniziando proprio dalla sontuosa cupola o Ciborio, che venne rivestita con 1000 piastrelle, dette anche arregiolas, fornite dal figolo oristanese Giovanni Porta e messe in opera dal muratore Franco Ledda, che eseguì anche i lavori di riparazione dei danni riparati dalla cupola del campanile con il noto fulmine, e diede il bianco all'interno di tutta la chiesa. Un coronamento poco felice di tutta l'opera si ebbe nel 1851, quando il direttore dei lavori, preso forse dalla mania dell'intonaco e del colore, ordinò l'ntonacatura e tinteggiatura anche della facciata esterna.

Fu cosa inopportuna nascondere la pietra lavorata dei pilastri, delle arcate e del grandioso cornicione. Che si tratti di pietra trachite lavorata lo si deduce non solo dalla descrizione dei materiali adoperati fatta dai registri parrocchiali, ma anche dai lavori già eseguiti nel presbiterio prima del collocamento del nuovo monumentale altare, del quale si parlerà in seguito.

Formuliamo qui il voto che il lavoro di scrostatura dell'intonaco possa essere continuato, se non in tutta la chiesa, almeno negli archi del presbiterio.

Risale all'epoca (1851) la costruzione della prima paratora della sacrestia per mano del falegname Pietro Marrocu – forse laconese – e quindi anche degli angeli in legno, che ora si trovano nel Museo Ignaziano e che in origine dovevano essere disposti, in atteggiamento di adorazione, ai lati del crocefisso che sovrasta il mobile.

Noi li trovammo sopra di essa, ricoperti da un denso strato di biacca che ne nascondeva tutta la bellezza.

Dovevano essere in numero di sei – tre per parte – ma uno è andato smarrito, come smarrite sono andate pure le ali di quattro dei cinque superstiti.

Altre due cose preziose furono acquistate pure in quegli anni: l'organo (1858), opera del signor Borea di Cagliari e, l'anno successivo, il bellissimo lampadario di cristallo di Boemia, che i laconesi tutti ricordano ancora.

Sia l'uno che l'altro andarono distrutti durante i lavori di restauro della chiesa, fatti negli anni 1954 – 1955.

Il famoso cappellone del quale abbiamo già parlato e che deve avere assunto questo nome nel parlare comune del tempo, sia per la sua forma ed ampiezza (tutta diversa dalle altre cappelle), sia anche per essere considerato come una specie di santuario dell'antica e vetusta immagine della Madonna del Rosario (chiamata anche dal popolino anche l'intoccabile), fu reso in quel periodo (1862) più importante da un gioiello d'arte, l'altare in stucco su disegno del celebre Generale Carlo Decandia che sostituì quello in legno descritto goffo negli appunti del tempo.

Anche questo, purtropo, è andato distrutto.

Si aggiunga che proprio nell'anno 1866 venne commissionato a Donna Vincena Rossi, nata Floris, il quadro delle anime del purgatorio, che tuttora si conserva nella cappella della Madonna del Carmine ed è oggi di particolare richiamo per i fedeli, specie nel mese di novembre.

Un altro fatto rese maggiormente caro ed indimenticabile i Rettore Musu ai suoi parrocchiani, rendendolo anche a noi più vicino e stimato: l'essere stato egli Autore di un libro – piccolo nella mole ma grande nel suo significato e contenuto – dal titolo: Cenni Biografici del Venerabile Fra Ignazio da Laconi, stampato a Cagliari nel 18711er il Venerabi

In questa sua opera , l'Autore non solo volle dimostrare tutta la sua devozione e ammirazione per il Venerabile, ma anche inculcarla maggiormente ai suoi compaesani, spronandoli anche in questo scritto a rendersi, con una vita cristiana, più degni di Lui.

Non possiamo tralasciare di ricordare come questo zelante Rettore, in mezzo a tanti pensieri e preoccupazioni, non solo non lasciò di arricchire la chiesa di religiosa suppellettile, semplice ma decorosa per i giorni feriali e di valore artistico notevole per le solennità, ma provvide anche all'acquisto di artistici simulacri dei seguenti santi:

  1. S. Antonio Abate, scolpito a Cagliari nel 1859 da certa Monserrata Musu detta sa Santara a spese dell'amministrazione parrocchiale;

  2. S. Isidoro agricolo – lavoro di Antonio Brilla di Savona nel 1865 a cura degli Obrieri della Società del Santo e con le offerte raccolte dagli agricoltori;

  3. S. Giovanni Battista – lavorata a Napoli nel 1872, provveduta, così si legge, a spese di Maria Rita Solinas vedova di Francesco Secci.

Infine vogliamo ricordare, quantunque fuori dall'ordine cronologico, la fusione di due campane avvenuta rispettivamente nel 1855 la prima e 1861 la seconda. Furono fuse da certo Giovanni Battista Muzzo che, nelle sue dichiarazioni di pagamento, risultanti dal rendiconto della Parrocchia – esercizio 1860/61, viene detto in una da Atzara e in una da Tempio.

La prima collocata nella finestra a maestro, è dedicata al titolare della Parrocchia, sant'Ambrogio Vescovo e Dottore, come dall'iscrizione appostavi: “Divo Ambrosio Huius ecclesiae titolari rectore theologo Sebastianu Musu – anno 1855”.

L'altra del peso di circa sette cantari, è dedicata alla SS. Vergine ed ha questa scritta: A Maria Concepita senza macchia originale sendo rettore teologo Sebastiano Musu procuratore Luigi Podestà 1861.

Al festoso suono di queste nuove campane si sarà aggiunto in cielo il gioioso canto di ringraziamento del grande figlio di Laconi S. Ignazio, dei parroci predecessori del Rettore Musu e di quanti con loro preparano e lavorano per il completamento del cantiere di Dio.

3. Rettore Giovanni Cherchi Putzolu

 

Il Rettore Cherchi resse la parrocchia dl 19 gennaio 1895 al 5 aprile 1923, data del suo passaggio a miglior vita, avvenuto proprio a Laconi.

Da molte persone che abbiamo avvicinato, che lo conobbero bene e lo ricordano sempre con grande stima, abbiamo sentito ripeterci che egli, a coloro che confidenzialmente lo esortavano a risparmiarsi un po' nell'assiduo lavoro per la chiesa, era solito risponde: “La chiesa è la mia sposa, ed è mio dovere adornarla sempre più per renderla maggiormente bella per potermi compiacere ogni giorno di più di essa”.

Giustamente quindi avrebbe potuto ripetere con il Salmista: “Zelus domus tuae comedit me”

Una frase, questa, che sembrava racchiudesse il programma della sua vita ed attività pastorale.

Pare che, nel prendere possesso della Parrocchia, restasse molto impressionato dallo stato in cui si trovava l'edificio parrocchiale: nonostante il breve tempo trascorso dai grandi lavori della sua trasformazione, era tutt'altro che accogliente.

L'umidità penetrava nella parete a sinistra di chi entra, ed era così diffusa, da favorire uno strato di lanugine di oltre 3 metri dal suolo con la lunghezza di circa 7 metri.

Tale umidità, alimentata d'estate dall'altra proveniente dal vicino parco, dava asilo ad una grande quantità di moscerini, poco graditi dai fedeli, i quali non sapevano come liberarsene. Lo stato degli infissi e delle vetrate favoriva maggiormente il loro ingresso. Il tutto aveva origine nella parete di roccia di natura porosa, su cui erano basati ed incuneati i muri dell'edificio.

L'attento e vigile Rettore Cherchi studiò bene il fenomeno e si propose di risolverlo radicalmente, mediante lo sbancamento della parete rocciosa. Con un lungo e pericoloso di minamento si creò un canale che, isolando la costruzione dal banco roccioso, non solo offrì un letto scorrevole alle acque piovane, ma costituì un comodo passaggio interno all'edificio. L'intervento si rivelò davvero provvidenziale e risolvette quasi completamente il fastidioso problema.

Diciamo “quasi completamente”, perché gli ultimi lavori eseguiti per la costruzione, nel sito interessato, del Santuario, con il rivestimento della parete in marmo rosso, hanno evidenziato la persistenza dell'umidità, non certo paragonabile a quella del tempo del Rettore Cherchi, che la descriveva come “insidiosa per la stabilità dell'edificio, deturpante e indecorosa per la Casa del Signore”.(appunti inediti).

Completato il lavoro, il Dottor Cherchi si diede ad abbellire l'interno della chiesa.

Per far scomparire ogni traccia e perfino il ricordo dell'umidità, fece subito tinteggiare tutto l'ambiente interno.

Provvide poi alla sostituzione di tutti gli infissi facendo costruire a Lunamatrona l'artistico portone dell'ingresso centrale, che si trova ora nella nuova porta aperta sulla via Su Acili.

Sostituì il pavimento di trachite con quello di lastre bianche e nere di marmo, di grande effetto, completando anche l'altare maggiore con il gradino imposto dal Decreto della Visita Pastorale di Mons. Antonio Soggiu il 4 luglio 1873; aggiunse a completamento della nuova sistemazione, la nichia di marmo per la statua del Patrono, con sopra la scritta: Divo Ambrosio Dicatum.

Nell'anno 1903 fece eseguire dal N.U. Don Vincenzo Manca di Nissa e Villahermosa i due grandi quadri ad olio, raffiguranti l'adorazione dei Magi e l'Ultima Cena, collocati nel presbiterio.

Nel primo decennio di questo secolo l'infaticabile parroco provvide all'erezione della via crucis con le artistiche immagini dalla preziosa cornice, ed anche alla costruzione, sempre in marmo, degli altari di S. Antonio di Padova, della Madonna del Carmine e di S. Antonio Abate, effettuando anche i lavori di restauro della chiesa di questo santo.

Restaurò la cappella del Rosario, arricchendola con arredamento di tovaglie e candelieri, in legno dorato a oro fino con croce, e similmente provvide per tutte le altre cappelle, oltrechè per l'altare maggiore, in vista della solenne consacrazione della chiesa che aveva in mente di fare.

Il più prezioso ricordo lasciato dal Rettore Cherchi in parrocchia è costituito certamente dai preziosissimi arredi sacri, dei quali parleremo in seguito, e dell'artistico grande ostensorio d'argento dorato, con il quale volle ricordare anche l'Anno Santo 1900. Il compianto parroco, che affetto da male incurabile, moriva a Laconi, non potè realizzare l'ultimo dei suoi desideri per i quali aveva già iniziato a lavorare: il restauro della volta della chiesa, venuta a trovarsi, in brevissimo tempo dalla costruzione, in condizioni precarie, e l'erezione del monumento in onore di sant'Ignazio, per il quale aveva già acquistato la statua in marmo.

1A conclusione dell'opera l'Autore porta i Goccius da lui composti e che forse sono i primi, in ordine di tempo, che siano stati scritti.

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