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  • Santi Ambrogio Vescovo e Ignazio da Laconi

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Sviluppo e ampliamento della Chiesa Parrocchiale.

 

Riportiamo qualche notizia storica di una certa importanza, riguardante lo sviluppo e le vicende che hanno interessato la chiesa parrocchiale di S. Ambrogio Vescovo.

Vista oggi, questa chiesa è da annoverarsi tra le parrocchiali più vaste e più belle dell'Archidiocesi Arborense.

L'odierna ampiezza e la singolare bellezza che la distinguono sono frutto della fede e dell'attaccamento ad essa delle generazioni di quasi due secoli, mentre lo splendore che ha raggiunto in questi ultimi anni dovrebbe considerarsi l'espressione di un doveroso ringraziamento al Signore da parte di tutti i fedeli laconesi, per aver scelto la loro terra come culla del loro concittadino Vincenzo Peis, diventato Frate e Santo con il nome tanto popolare di Ignazio da Laconi.

Agli inizi del secolo scorso (1800) va collocato un periodo in cui si andarono sviluppando generali lavori di ampliamento e di trasformazione di tutto l'edificio ecclesiale e parrocchiale.

I registri del tempo li indicano con il ripetuto termine di Fabbrica, mentre furono così ampi e radicali da indurre l'Arcivescovo Giovanni Maria Bua, nel Decreto della sua Visita e quantunque i lavori non fossero ancora completati, a così scrivere:

Visitata questa chiesa parrocchiale

eretta sotto l'invocazione

di S. Ambrogio Vescovo

non possiamo non manifestare al

M. Rettore della medesima Dottore

Francesco Cabras la piena nostra

soddisfazione nel trovarla

rifabbricata per le sue cure

così elegante e bella”.

Non si trattò quindi solo di sostituzione del tetto in legno con la volta in pietra, come asserisce la lapide marmorea ricollocata in chiesa qualche anno fa – ma di una totale trasformazione comprendente la ricostruzione in travertino dei cornicioni, degli archi in pietra pomice, della cupola dell'altare maggiore indicata con il termine ciborio, della volta a botte, del pavimento di tutta la chiesa e della sacrestia in travertino.

Ci pare non improbabile che proprio in quel periodo sia stato rialzato anche il pavimento della chiesa, come inducono a credere non solo la quota a cui giunge il rilievo della zoccolatura sulla facciata e il cornicione sito sopra le tracce ancora evidenti dell'antico rosone, che doveva servire da completamento della facciata stessa (è troppo evidente che l'attuale complesso sovrastante il prospetto principale è molto posteriore ed altera lo stile di tutto l'edificio), ma anche il materiale di riempimento ritrovato nell'atto in cui fu collocata la scala di ferro, che fino a qualche anno fa immetteva sul pulpito: da ciò si intuisce l'esistenza, per tutta l'estensione del pavimento della chiesa, del materiale segnalato.

E' doloroso constatare che, purtroppo, a soffrire le conseguenze del rialzo del pavimento e della volta interna a botte, è stata proprio la facciata della chiesa, che esige di urgente intervento di riarmonizzazione col suo bel campanile.

I lavori furono progettati, forse anche diretti, dal valente Regio Architetto Domenico Franco, che percepì quuale suo onorario la somma di scudi 22 più lire 2 e soldi 12, come risulta dal Cabreo parrocchiale in data 1 aprile 1819.

Ne furono due capomastri di Cagliari: Raffaele Murtas e Franco Girau, coadiuvati dai muratori Priamo Pisano e Salvatore Marongiu, forse di Laconi.

Per molti anni essi impegnarono lo zelante parroco di allora, Dottore Francesco Cabras, nativo di Tonara, e durarono dal 1812 al 1831, anno in cui fu sistemato l'altare maggiore di marmo, composto da due gradini con il tabernacolo, mentre precedentemente, nel 1823 e 24, erano stati collocati il pulpito e la balaustra.

Ci pare doveroso precisare che alla realizzazione dell'opera, oltre alla munificenza del Marchese Don Ignazio Aymerich Brancifor, come si dice nella già citata lapide del 1823, ed alla nota e sperimentata generosità del popolo laconese, contribuì anche l'Ente Parrocchiale: ne fanno fede i registri amministrativi del tempo, dai quali risulta che molti beni della parrocchia furono venduti per far fronte a queste spese e che la parrocchia si addossò la spesa di scudi 2360 e ¾, più lire 2933, soldi 5 e ½ e denari 4, compresi 700 scudi per l'altare maggiore in marmo.

Il solo pavimento in trachite, come abbiamo già detto, costò allora lire 296 più 9 scudi e 6 danari, pagati ugualmente dalla cassa parrocchiale.

Due fatti tristi rallentarono e forse anche scoraggiarono e depressero l'animatore dei lavori Dott. Cabras.

Il primo un fulmine che si abbattè sul campanile nel 1827 o 28, producendo quella lesione che si può ancora oggi vedere e che indusse a murare la porta di accesso al vano ad esso sottostante, a cui si accedeva dall'interno della chiesa.

Il fonte battesimale fu, in quello stesso periodo, collocato in un sito chiamato porta piccola d'ingresso che non si capisce più dove fosse.

Ora la porta è stata riaperta nel vano sotto il campanile, rimesso in luce, e vi ha trovato sistemazione il fonte battesimale, che forse vi era anche antecedentemente all'evento dannoso.

L'altro fatto fu un furto sacrilego avvenuto nella notte tra il 26 e 27 novembre del 1838, nel quale furono asportati dalla chiesa, oltre a notevole quantità di valuta, due preziosi croci in argento, il secchiello e l'aspersorio, il turibolo e la navicella, il piedistallo dell'ostensorio, tutto l'argento e vari arredi sacri.

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